Colestasi intraepatiche progressive familiari
Malattie dell'apparato digerente

La colestasi intraepatica progressiva familiare (PFIC) riguarda un gruppo di patologie epatiche pediatriche eterogeneo, autosomiche recessive (entrambi i genitori di un soggetto affetto sono portatori sani e ad ogni gravidanza hanno il 25% di probabilità di avere un figlio affetto), caratterizzata da una colestasi intraepatica grave di origine epatocellulare che si sviluppa nei primi mesi di vita. Se ne conoscono tre forme distinte dal nome con un numero progressivo (PFIC1-3), ma solo la terza può insorgere anche durante l’infanzia o l’adolescenza. Tipicamente la morfologia dei dotti intra ed extra-epatici è normale, ma la bile e i sali biliari prodotti vengono escreti in maniera difettosa dalle proteine canale degli epatociti rimanendo così nell’organo e danneggiandolo. I sintomi comuni a tutte le forme sono conseguenti alla colestasi, ovvero la ritenzione della bile e degli acidi biliari, i quali sono responsabili dell’assorbimento dei grassi nell’intestino, di conseguenza il neonato produce feci chiare e urine scure; mentre a livello sistemico si può osservare ittero e prurito. Con il progredire della patologia e l’avanzare dell’età si ha fibrosi epatica, cirrosi e ad insufficienza epatocellulare prima dell’adolescenza. Ogni variante è determinata da una specifica mutazione genetica. La proteina della pompa che esporta i sali biliari BSEP è responsabile della PFIC2, mentre mutazioni della proteina da resistenza multi-farmaco 3 MDR3 causano la PFIC3, ed esse sono espresse solo a livello del fegato; mentre la FIC1 è la proteina responsabile della PFIC1, ma avendo localizzazione ubiquitaria la costellazione dei sintomi sistemici è più ampia, dove si presentano pure diarrea acquosa, bassa statura, pancreatiti, sordità neurosensoriale ed un’elevata concentrazione degli elettroliti nel sudore. Per la diagnosi si basa sulla manifestazione dei segni clinici ed è accompagnata dagli esami ematici per la gamma-GT, indice ematico per valutare la colestasi, che risulta nella norma nelle PFIC 1 e 2, mentre è elevata per la PFIC3; mentre gli esami strumentali prevedono l’ecografia epatica che però risulta nella norma e la colangiografia che non mostra alterazioni macroscopiche, adottati appunto per escludere cause secondarie di colestasi. L’esame istologico denota un sovvertimento della struttura microscopica dove si presenta colestasi canalicolare senza alterazione della struttura duttale. Essenziale è l’analisi dei lipidi biliari e l’immunochimica e fondamentale è l’analisi molecolare della ricerca delle mutazioni per la conferma diagnostica. Questi pazienti necessitano di un monitoraggio attento per tutta la vita. Il trattamento prevede una terapia farmacologica atta ad attenuare i sintomi, tra cui l’acido ursodesossicolico  (UDCA) per ridurre la lesione degli apetociti e la rifampicina per ridurre il prurito. La terapia chirurgica prevede nei casi selezionati la diversione biliare, ma la progressione della malattia comporta la necessità di effettuare un trapianto di fegato.

Dati epidemiologia

Maschi e femmine sono affetti in eguale misura. Non sono disponibili dati di incidenza e prevalenza su questa malattia. La prevalenza in Piemonte e Valle d'Aosta è stimata in 0,4 casi su 100.000

ICD-9-CM: 530.0

ICD-10-CM: K22.0

Codice esenzione: RIG010

Ambito di esenzione: nazionale

Cod. Orphanet: 172

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